Articolo della Dott.sa Marazza

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Cosa Significa Rendere semplice ed essenziale il rapporto educativo tra adulto e ragazzo.
Dott. ssa Anna Campiotti Marazza

Quando si parla di educazione, in questi tempi, sembra si parli di qualcosa di complicatissimo, quasi un percorso ad ostacoli su terreno minato, in cui uno entra e già sa che finirà male.

Viene quasi da dire: “Povero figlio, chissà se arriveremo a tirarlo grande!”, perché i messaggi sono estremamente contradditori.

Già tutto quello che si dice, che si dovrebbe fare nei primissimi anni di vita mette terrore.

Una mamma che ho incontrato la scorsa settimana mi dice: “Il mio bambino ha sette mesi e forse ho già sbagliato abbastanza per averlo rovinato”. Perché l’impressione è questa: che sia una cosa così difficile che sicuramente lo rovinerò. Noi psicologi contribuiamo a rendere il messaggio complicato: sicuramente è colpa della mamma…..tutti sanno che le mamme sono più una rovina che un aiuto per i figli, vero o no? Meglio i papà… ma i papà non ci sono!

Ma che cosa significa, cosa davvero significa avere un figlio ed educarlo?

E’ poi così vero che è un percorso ad ostacoli e che non si può sbagliare?

E’ poi così vero che bisognerebbe andare a scuola a diciotto anni per imparare, con una laurea quindicinale, a fare il genitore?

In America le scuole per genitori sono frequentatissime. In Italia dove per anni abbiamo detto: “Non serve una scuola per genitori”, oggi stiamo cambiando idea. Forse serve perché abbiamo fatto talmente confusione che quel normale buon senso, che per generazioni ha animato i genitori rispetto ai figli, sembra essere perso.

Io ho lo studio in casa ed i miei figli, giovani adulti, vedono e sentono molto del mio lavoro; io stessa li utilizzo ogni tanto per capire il metro del comune buon senso.

L’altro giorno entrava in casa mia un ragazzino di tredici anni di fianco alla sua spaventata mamma e il figlio la trattava male. Mio figlio ventenne passava di lì. La sera mi dice: “Mamma, quel ragazzino che è entrato oggi dallo a me per due o tre giorni!”. E’il normale buon senso di un ragazzo di venti anni che il problema del come si educa probabilmente non se lo è ancora posto e che dice: “Cosa stava succedendo lì?”.

O il caso dei genitori separati, altamente conflittuali, che non sopportano neanche di vedersi, con un figlio di nove anni, d’accordo solo su una cosa: far fare al figlio quello che vuole. Vengono a raccontarmi che è già la seconda volta che gli cambiano scuola perché le scuole, si sa, non capiscono niente di educazione…  Il loro bambino ha il problema che non vuole mangiare mai alle mense scolastiche e vuole mangiare solo quello che vuole lui.

“Allora, poiché è importante”dice la mamma “che il bambino mangi al mattino (lui è abituato col biberon), gli prepariamo due grossi biberon con dentro tutti gli alimenti della giornata e lui li beve, così non deve mangiare le porcherie che danno a scuola. Ma gli insegnanti non capiscono e allora sono arrivati persino a proibirgli di portare pranzi alternativi a quello che danno alle mense. E noi” continua la mamma “dobbiamo dargli di nascosto le cose che può mangiare e che vuole mangiare a mezzogiorno e gli abbiamo consigliato di nascondersi in bagno a mangiarle”.

Ora, di fronte ad un racconto del genere, persino i miei figli, persino chiunque di noi si chiede: “Cosa hanno in mente questi genitori?”.

Di che cosa ha bisogno un bambino?

Sicuramente non ha bisogno di genitori perfetti, innanzitutto perché i genitori perfetti non esistono.

I bambini non hanno bisogno di genitori che non sbagliano, hanno bisogno di due genitori che ci stanno a rischiare sé davanti ad un figlio, con un figlio.

Hanno bisogno di due genitori che sbagliano e che sanno correggersi, che sbagliano e si sanno aiutare tra di loro a capire dove hanno sbagliato, in che altro modo possono fare.

Hanno bisogno di due genitori che sono disposti a rischiare, ma soprattutto che sono disposti a vivere la loro vita di adulto, il loro essere adulti, davanti a dei bambini che li guardano.

Questo, secondo me, è la parte più difficile dell’educazione.

Perché educare è vero che è assolutamente una cosa semplice; esige solo due adulti che accettino di essere se stessi davanti allo sguardo del bambino, che dicano al bambino: “Guarda me, ti faccio vedere io come si fa a diventare grande”.

Perché è questo che voi desiderate, che noi genitori desideriamo quando mettiamo al mondo un figlio: desideriamo per lui tutto ciò che possa venir fuori, tutto ciò che il figlio è.

 

“Tutto” significa la pienezza della sua umanità, anzi la pienezza della sua umanità che guarda oltre l’umano, cioè che si lascia interrogare da tutto ciò che esiste, persino dal senso ultimo della vita.

Perché un uomo grande è questo: è un uomo che sa capire tutto dell’umano e che questo umano lo lascia andare fino alla ricerca del senso ultimo della vita.

Ci mettiamo davanti a loro per questo.

Se è così, il lavoro è facile e interessante.

Se invece il figlio è, come sempre più spesso mi capita di sentire, l’ennesimo “progetto”, se il figlio è ciò che desidero possedere nella mia vita, se il figlio fa parte di una cosa mia che mi progetto io e che voglio fare diventare quello che desidero io, allora davvero diventa una lotta, una scommessa, il cercare di avere ragione su un bambino che sembra non voler diventare ciò che io voglio che sia.

Questo però non mi interessa, fa parte del non senso, di ciò che non è educazione, ma è follia dell’umano quando perde il significato delle cose.

A noi interessa il figlio come dono, come qualcosa che ci è dato non per darci la gioia di averlo o di possederlo, che ci è dato come possibilità, come aiuto ulteriore per diventare grandi noi.

Sempre di più mi convinco di questo: non sono i genitori a mettersi al servizio dei figli, ma sono i figli ad essere una grande possibilità, un’ulteriore possibilità per la crescita dell’adulto.

Perché un adulto rischia proprio, arrivato ai trenta-trentacinque anni, di mettersi bello comodo su se stesso e passare la vita a definirsi, a completarsi... ma arriva un figlio che ci ributta, portandoci il suo bisogno, a capofitto ad avere a che fare con la vita, con il “senso” della vita.

Perché quando sono piccoli è tutto facile: basta accudirli un po’. Impegnativo sì, ma quasi piacevole: basta insegnar loro il nome delle cose. Ma arrivano ad un certo punto, molto presto, che ci chiedono il “significato” delle cose, che ci chiedono il significato della vita.

E’ come se l’adulto dovesse mettersi all’opera motivato dal fatto che c’è un figlio davanti a lui che vuole sapere il perché delle cose, il senso delle cose.

Perché si cresce? Per che cosa devo diventare grande?

Che cosa vale? Qual è il senso della fatica che mi chiedi?

Dove mi stai portando? Dove mi state portando mamma, papà?

E qui ci vogliono degli adulti capaci di rispondere.

Una volta mi ha telefonato la direttrice didattica di un enorme complesso scolastico dell’interland milanese e mi ha parlato lungamente della bravissima equipe psico-pedagogica che aveva presso la sua scuola e di come questa lavora benissimo facendo incontri settimanali con i genitori su tutti gli aspetti psico-pedagogici esistenti, e anche quelli non esistenti, sul gioco, sulla lettura, sulla pulizia… su tutto.

Questa persona andava avanti dicendo: “Sono bravissimi, fanno delle ricerche, fanno dei gruppi di lavoro, ascoltano uno ad uno i genitori su ogni cosa“.

Io mi complimento con lei e poi mi dice: “Sì, però, i genitori continuano a chiedere di affrontare degli argomenti che i miei esperti si rifiutano di affrontare”.

E gli argomenti sono: fatica, malattia, dolore, morte.

Cosa dire ai bambini?

A cosa servono i super esperti se non sanno spiegare la vita?

A cosa servono i genitori se non sanno spiegare la vita?

Devono solo sperare di avere dei figli stupidi, così stupidi da non chiedere: “Qual è il senso?”.

Speriamo che siano intelligenti e speriamo che incontrino degli adulti che sappiano rispondere loro non con grandi discorsi, perché i bambini non vogliono dai genitori grandi discorsi, vogliono l’esempio.

Il secolo scorso tutti sapevano che i bambini hanno bisogno di un buon esempio.

In questo nostro clima culturale questa cosa non si sa più, anzi, si dice: “Bisogna lasciarli molto liberi perché facciano quello che vogliono, perché capiscano da soli”.

E questi sono dei poveri dispersi, e si arrabbiano per questo motivo.

A me capita di incontrare ragazzi, tanti, che esprimono la fatica del non avere degli esempi come la fatica più grande.

Un ragazzo di sedici anni mi diceva: “Ma io ho dentro una voglia, ma una voglia matta di diventare grande, una voglia di voler bene che se la sparassi fuori capovolgerei il mondo”.

E io gli detto: “Ci credo, pensa che ogni uomo ce l’ha dentro quella voglia che tu hai descritto così bene”.  E lui: “Ma non so dove metterla, perché nessuno me l’ha insegnato!”.

Di che cosa ha bisogno questo ragazzo?

Di un padre che gli dica: “Guarda, ti faccio vedere io come si fa, ti faccio vedere come si fa a voler bene, ti faccio vedere come si fa ad implicarsi con la vita, con la realtà, a sporcarsi le mani, a giocarsi la vita per qualcosa che vale. Ti faccio vedere io che cosa fa un uomo adulto che cerca il significato dell’esistenza, come si sta con gli altri. Vieni dietro a me”.

C’è un esempio che per me è stato illuminante e ve lo racconto esattamente come me lo ha riferito il quindicenne che avevo davanti, che mi disse: “Mio padre e mia madre mi hanno insegnato molte cose che non ho capito ancora adesso a cosa mi servono. Vogliono che io obbedisca, ma mio padre è sempre e solo uno che fa i fatti suoi. Quando ero piccolo dovevo obbedirgli per forza, ma adesso che sono grande io faccio come fa lui: sempre e solo i fatti miei”.

Di che cosa hanno bisogno i figli?

Di un adulto che ci abbia almeno provato a diventare grande sul serio. Che abbia almeno intuito che per diventare grande aveva bisogno di qualcun altro. Che si sia almeno innamorato, cioè che abbia fatto esperienza dello spendere sé per un’altra persona, che sia all’opera come dovrebbero esserlo tutti coloro che si sono sposati e hanno “buttato in piedi” l’impresa di una famiglia.

Adulti che abbiano imparato che nella vita si sta cercando ciò che ci manca dentro qualcun altro, dentro ad una moglie, dentro ad un marito.

Adulti che abbiano già capito che non si diventa se stessi da soli, ma lo si diventa con l’aiuto di qualcun altro.

Adulti che si sono messi davanti ad un bambino dicendo: “Guarda noi. Vedi, tuo padre non è uno che va dietro a se stesso. E’ uno che cerca la verità della vita oltre sé, minimo insieme alla mamma. Tua madre non è una che, secondo la luna, tutti i giorni decide se chiederti una cosa o l’altra, che, secondo la propria opinione, ti chiede di obbedire o di fare quello che vuoi. E’ una impegnata in un lavoro serio col papà per cercare di capire cos’è valore nella vita, e ciò che scegliamo buono per noi te lo indichiamo perché, guardando noi, anche tu possa diventare un grande uomo. Fidati. La ricerca di pienezza che tu stai facendo è la stessa che stiamo facendo noi. Vieni dietro a noi”.

Impossibile educare se uno va dietro a se stesso.

Impossibile educare se una persona è sola. Dove la porti? Dietro a te? Cosa dici a tuo figlio? Figlio mio sono io l’orizzonte della tua vita?

Sarebbe un tradimento.

Educare è semplice. E’ appassionarsi alla vita di un altro fino al punto di dirgli: “Partecipa a ciò che sono io, fai parte di ciò che sono io, della mia ricerca e parti da qui per fare la tua”.

Questo è decisivo, questo è l’essenziale, perché se un figlio ha un punto di appoggio può muovere il mondo.

Il punto di appoggio siete voi. Il punto di appoggio è la passione che due genitori all’opera mettono nel tirarsi dietro un figlio.

Che poi gli insegnino ad andare a letto alle nove o a non guardare la televisione o a lavarsi bene i denti, tenere in ordine i quaderni o tutte le altre cose che ci preoccupano così tanto, diventa addirittura marginale o, meglio, diventa il declinare di una posizione umana che gli sto facendo vedere, l’aiutarlo a portare fino nei particolari la passione per la vita che sto cercando di fargli vedere.

Se c’è questa passione si fa in fretta a capire come giudicare tutte le altre cose, ma se non c’è questo, come si fa a capire che cosa è giusto, che cosa non è giusto per un figlio?

Sono quelle domande da mille e una notte che i genitori fanno a me, per esempio, e alle quali tutte le volte io dico, deludendoli molto, che non so rispondere. Mi si chiede: “Ma a che ora deve tornare a casa al pomeriggio dato che ha undici anni?” E rispondo: “Non ne ho la minima idea, signora”.

“Cosa devo dirle quando mi domanda così?”.

“Veda lei!”.

Perché io per aiutare a capire cos’è buono per un figlio, minimo ho bisogno di sapere chi c’è davanti a questo figlio, che cosa tu genitore hai nel cuore per lui, che cosa stai desiderando per tuo figlio, dove lo vuoi portare. L’hai guardato bene? Che motivo hai per chiedergli le cose?

E, allora, quando vedo che davanti ad un figlio ci sono questi due genitori che hanno con questo bambino quel rapporto, che hanno a cuore quella cosa, allora si può anche aiutarli e dire: “Se è questo che desideri per tuo figlio, forse si potrebbe provare a fare in questo modo o in quest’altro”.

Ma non esistono risposte se non si sa chi c’è davanti al figlio a chiedergli le cose, chi lo sta conducendo e dove.

Allora, veramente, è il caos, allora l’impresa del tirarlo grande è veramente una scommessa. E’ come tirare i dadi.

Il bisogno più grande di un bambino è avere due adulti che gli vogliono bene e che con semplicità e serietà vivono se stessi davanti a lui.

E’ la cosa più semplice del mondo, ma che rimanda agli adulti una domanda, una domanda su di sé, sul lavoro che stanno facendo con sé… e su questo non si può barare.

I bambini capiscono perfettamente chi sono i loro genitori; capiscono se mamma e papà chiedono delle cose e non le fanno, se mamma e papà non stanno facendo un lavoro serio su di sé.

E d’altra parte la domanda che faccio sempre ai genitori è proprio questa: “Ma nostro figlio, guardando noi, che cosa vede? Che esempio di adulti vede? Gli facciamo venire voglia di dire: anch’io voglio diventare un grande uomo come mio padre, anch’io voglio affrontare la vita come mia madre?”.

Perché è questo che a loro serve. Poi lo farete secondo quello che siete.

Ma un figlio si ricorda se un padre fatto così com’è ha impattato la vita seriamente, ha giocato se stesso seriamente cercando il senso fino in fondo e si accorge di quale metodo ha usato, appunto, dal farsi i fatti propri al cercare, con altri, il senso ultimo delle cose.

Si accorge, e naturalmente dovrà fare la sua verifica. Diventando grande dovrà domandarsi: “Ma cosa mi è stato insegnato? E’ proprio questo il modo giusto? Sono d’accordo o non sono d’accordo con quello che ho visto?”.

E avrà un punto di riferimento. Avere un punto di riferimento nella vita è essenziale!

Un uomo l’altro giorno mi diceva: “A me non piace pescare, ma sa che io non posso vedere un pesce senza pensare al fatto che mio padre mi diceva: - Che bello andare a pescare!”.

Loro non lo sanno, ma il giudizio di un padre, la passione di un padre, il come un padre sta nelle cose è ciò di cui i figli hanno più bisogno. Magari per decidere che loro, invece, non pescano, ma per prendere quel modo come punto di appoggio per giudicare la vita.

Nessuno può diventare grande se non paragonandosi con un altro che lo aiuta a capire il senso delle cose.

Non si diventa grandi senza un ambito che ci educa. “Ci educa” vuol dire che ci provoca a tirar fuori ciò che noi siamo partendo da un paragone.

Ecco, voi siete questo paragone che agli occhi dei vostri figli deve essere chiaro: “Mia madre aveva questo giudizio sulle cose, mia madre affrontava e capiva la vita passando attraverso il giudizio del papà e viceversa; mio padre cercava la verità di ciò che incontrava nel confronto con mia madre, nel confronto con i suoi amici, nel confronto col Buon Dio. Mio padre mi ha insegnato a guardare oltre me stesso e a non accontentarmi del sopravvivere, ma mi ha insegnato a spendermi per qualcosa che vale. Lui l’ha fatto con me e quindi questo è il metodo. Anch’io per essere me stesso voglio spendermi per qualcosa per cui valga la pena”.

E allora, magari, si spenderanno anche nella scuola, si spenderanno anche nel rapporto con gli amici, si spenderanno anche nel cercare ciò che è buono, ciò che è vero, si spenderanno nel rapporto con voi cercando un confronto significativo con voi… perché sono troppi i bambini che già piccoli si deprimono perché sbagliano.

Sto parlando di bambini di nove-dieci anni che dicono: “Oramai ho fatto troppi errori per diventare grande”.  Di quindicenni che dicono: “La vita è priva di senso, ormai ho capito che non ce la farò a diventare l’uomo più potente del mondo, quindi è inutile crescere”.

Chi  ha detto loro che la vita è uno sforzo infinito per cercare di riuscire ad essere un uomo potente?

Qualcuno che li ha educati così, cercando di ottenere da loro degli esiti, ma non interpellando il loro cuore, la loro libertà, non chiedendo a loro e non osando proporre: “Fai come faccio io!”.

Non perché io sinceramente faccio bene e non sbaglio mai, ma perché la mia ricerca è vera, perché sono lealmente e totalmente impegnato con la vita per quello che sono, per quello che riesco.

Nessuno di noi, adulti, ha avuto genitori perfetti. I vostri padri, le vostre madri erano dei poveri uomini qualunque, con i loro pregi e i loro difetti, ma ci ricordiamo bene se con la loro vita hanno fatto sul serio o no.

Ecco, è tutto qui. Per segnare il cuore di un figlio, per interpellare, per muovere il cuore di un figlio ci vogliono due adulti che insieme facciano sul serio con la vita.

Tutto il resto sono particolari che magari cercheremo di declinare perché vogliamo che tutto sia educativo, anche il come ci guardiamo in faccia, il come ci alziamo al mattino, il come stiamo a tavola la sera, il come gli do da mangiare o non gli do da mangiare, il come gli permetto di trattare male la mamma o di non trattarla male.

Perché tutto sia significativo del rapporto vero con la vita, allora cerco anche quelle cose lì.

Ma le cerco partendo da un giudizio. Se le cerco a caso e il giudizio di fondo non c’è, possiamo gettare i dadi. Possiamo tenere in casa un paio di dadi e dire: “Cosa gli chiedo adesso? Cosa gli dico adesso, sì o no?”.

E guardate che così fa anche la stragrande maggioranza degli esperti: gettano i dadi sperando che vada bene.

La vita è una cosa seria, quella di mio figlio più che mai, quindi devo costruire l’uomo, non devo addestrare l’animaletto. Devo costruire l’uomo perché davanti a tutta la vita sappia come muoversi, perché muoversi, come starci.

Voi siete per i figli l’autorità.

Cosa significa?

E’ una cosa altrettanto semplice: una presenza, l’autorità è una presenza, cioè uno che c’è e che si pone.

Questa è la premessa sulla quale appoggiamo adesso la vostra esperienza, la vostra domanda, e usiamo questa premessa per cercare di capire come si risponde al problema del quotidiano: io in casa con mio figlio.

 

 

DOMANDA:  Sono sempre dibattuta nei confronti di mio figlio riguardo il dover dare il mio aiuto, quasi “costringerlo” ad un aiuto…A che punto fermarmi? Perché, secondo me, imporre non serve.

 

MARAZZA: Quanti anni ha suo figlio?

 

RISPOSTA:  10 anni

 

MARAZZA:  Serve ancora.

 

DOMANDA:  Io ho due figli. Premesso che sono l’uno l’opposto dell’altro, mi trovo a volte nella situazione di chieder loro di provare a fidarsi di quello che dico. Spesso chiedo: “Se io ci sono passata, perché tu devi continuare a sbattere la testa, se fai di testa tua?”.

 

MARAZZA: Ogni figlio è un’avventura a sé. Quando i genitori mi dicono: “Sono due così diversi, sono tre così diversi, e sì che noi siamo sempre gli stessi e gli abbiamo insegnato le stesse cose…

Io dico sempre: “Non è vero”. Intanto noi genitori non siamo sempre gli stessi: diverso è il come abbiamo fatto con il primo o con il terzo.

Nel frattempo anche noi cambiamo, cresciamo, diventiamo differenti; comunque io davanti a questo figlio sono diverso che davanti a quest’altro figlio.

E poi, naturalmente, sono diversi i figli. Per cui è un’avventura sempre nuova: non esiste uno che, dato che ormai ne ha educati tre, col quarto non ha niente da imparare. Con il quarto è come se fosse la prima volta del rischio di te con un uomo nuovo, che non hai mai visto prima.

Ci sono delle fasi nell’educazione.

C’è una fase di dipendenza totale del bambino dai genitori: perché la vita è “saggia”, educa in tutti i suoi aspetti. Il bimbo che nasce fragile, sprovveduto, incapace di affrontare l’esistenza, incapace di mangiare e di dormire da solo, è così perché faccia un’esperienza di totale dipendenza da un altro adulto. La vita dà un messaggio: hai assolutamente bisogno di un altro, non sei capace neanche di procacciarti il mangiare… Devi attenderlo, devi sperarlo, devi chiederlo, devi mendicarlo.

Poi c’è una fase che incomincia molto presto: già a tre anni uno incomincia a dire di no. Come dire: “Io sono un’altra cosa da te, chi l’ha detto che devo venirti dietro? Posso mettermi a fare i capricci? Posso pensare un’altra cosa che tu non mi dici?”.

Io racconto sempre che, quando un bambino ha tre anni circa, incomincia a vedere che è un’altra cosa dalla sua mamma, che può pensare una cosa che la mamma non capisce, che può dirne una e invece è un’altra: lui è contentissimo. Ma quella è la fase in cui i bambini devono fare esperienza di obbedienza, parola che non sembra più essere di moda.

I bambini hanno bisogno di obbedire, di sentirsi chiedere una cosa con fermezza, sentirsela chiedere per ottenerla, non chiederla mille volte e quello fa un’altra cosa. Perché se nessuno gli chiede obbedienza, se nessuno gli dice: “Fai così”, come fanno ad imparare? Se nessuno gli chiede niente come fanno ad imparare che alla vita si può rispondere? Perché, come dico sempre, ci sono tre parole che vanno una dietro l’altra, che sono conseguenti una all’altra: obbedienza, responsabilità, libertà.

La responsabilità, quella che sta di mezzo, è ciò che tutti noi vorremmo da nostro figlio, che diventi un uomo responsabile e, magari, glielo diciamo pure: “Vedi di incominciare ad essere responsabile delle tue cose”.

Come si fa a diventare responsabili?

La responsabilità è una risposta. E se io devo dare una risposta ci deve essere qualcuno che mi chiede. Allora, io, tuo padre, io, tua madre, ti chiedo di fare così e te lo chiedo per ottenere da te questa cosa. E il bambino impara a rispondere.

E’ molto più tranquillo se c’è qualcuno che gli dà delle indicazioni, che non se deve decidere da solo. Quando la mamma stanca di ripetere per la milionesima volta la stessa cosa dice: “Fai quello che vuoi!”, non gli fa un piacere. Una volta, due volte è contento, la terza volta comincia ad andare in ansia perché decidere cosa fare è difficile. Meglio obbedire a qualcuno che me lo indichi, soprattutto se sono piccolo.

Ma quando arrivano a tredici anni, e ancora di più che a tre, hanno la sensazione di dire: “Adesso faccio quello che voglio”. Tentano di mettere fuori i genitori: “Adesso sono capace da solo quindi tu non c’entri più”. E i genitori riescono anche loro a farsi venire questo dubbio: fra il “lasciamolo fare le sue esperienze, rispettiamo la sua volontà” e il “forse devo ancora chiedergli di obbedire” c’è un momento di panico.

A tredici anni i figli hanno ancora bisogno di indicazioni precise. Ma è anche vero che devono incominciare a imparare, quindi significa che il genitore deve sapere bene qual è la cosa che il figlio gli chiede e ancora vuole ottenere, e qual è quella sulla quale può cominciare a lasciargli un margine sufficientemente ampio perché  provi a scegliere.

Ma se prima non ha obbedito e non ha provato a rispondere, mai sarà capace di scegliere, cioè di essere libero nell’aderire o nel non aderire a qualcosa. E l’ambito in cui  gli dirò: “Prova a scegliere tu”, sarà un ambito in cui io ritengo di poter fare questa cosa. Non gli dirò: “Scegli tu su tutto, scegli tu liberamente come vuoi occupare la tua giornata”, ma gli dirò: “Su questo ti chiedo obbedienza, su quest’altro ti chiedo di muoverti tra questi due paletti in cui ci sia lo spazio sufficiente, magari anche perché sbagli, ma che sbagli in un modo un po’ ragionevole”.

Ci sono dei momenti in cui l’obbedienza va proprio chiesta, ma, anche qui, a buon senso. Quando la mamma che dice: “Bisogna spiegare tutto ai bambini, bisogna dare loro le ragioni” e con tanta pazienza spiega il perché e il per come vede il proprio bambino arrampicarsi sulla finestra dell’appartamento al terzo piano, non gli spiega, ma lo prende per il braccio e lo tira giù. Non si pone neanche il problema : “Forse sto facendo violenza, forse mi sto imponendo, forse gli sto togliendo la libertà di scegliere”. Lo prende e lo tira giù!

E così è con gli adolescenti: ci sono dei momenti in cui vanno presi e tirati giù. Magari si arrabbiano: pazienza, capiranno quando saranno più grandi. Ed è difficile perché, invece di fare il genitore “affascinante”, facciamo la parte del “rompiscatole”: nello stesso tempo però nostro figlio fa esperienza di uno che a lui ci tiene. E, poi, ci sarà il momento in cui potrò dirgli: “Ascolta, responsabile della tua camera sei tu. Ti lascio decidere come vuoi tenerla” e, magari, ci capiterà di scavalcare pigne di vestiti più o  meno sporchi o puliti, entrandoci. Ma nel decidere lui come tenere la stanza non corre il rischio di spaccarsi la testa o di vendersi l’anima: può imparare.

 

DOMANDA: A volte dico a mio figlio: “Io sono la madre e fai quello che dico io”.  Va bene, anche se mio figlio ha tredici anni?

 

MARAZZA: Assolutamente va bene. La questione è questa: non si può dire su tutto “no sono la mamma, fai quello che dico io!”. Non deve essere su tutto.

Io dico sempre questa cosa: guardandovi in faccia, marito e moglie, provate a decidere quali sono le tre cose sulle quali non transigere. Devono essere tre precise. Non tre vaghe, così vaghe che c’è dentro tutto; tre cose sulle quali dire: “Siamo d’accordo che su queste tre teniamo duro”. E quali sono invece quelle sulle quali possiamo lasciargli lo spazio adeguato perché si sperimentino.

Nel fare il lavoro di decidere insieme quali sono le tre sulle quali stare fermi, siete costretti a confrontarvi, a darvi le ragioni.

 

DOMANDA: Se, di fatto, poi, questi tre paletti fondamentali non vengono osservati, qual è l’atteggiamento che i genitori devono avere?

 

MARAZZA: I tre fissati bisogna ottenerli. Vuol dire che, quando chiedo, chiedo proprio con consapevolezza. Se, poi, accade che non riesco ad ottenere, allora bisogna ritornare sul lavoro dei due e dire: “Cosa succede qua? Come facciamo? Come mai siamo arrivati a questo punto, di non riuscire ad ottenere neanche le tre cose?”.

Man mano i figli diventano grandi, accade che non obbediscano neanche alle tre; in tal caso bisogna aiutarli a riconoscere la loro responsabilità: “Guarda che io ti ho chiesto così e tu stai disobbedendo, è responsabilità tua”. E poi si riparte con la stessa fermezza a chiedere ciò che insieme si ritiene di dover chiedere, guardando quel figlio, cercando di capire che cosa sta succedendo, di capire come fare. La cosa più importante di tutto, comunque, è tenere il rapporto con lui; questo non bruciatelo, perché, se vi giocate il rapporto con lui, immediatamente saltano anche tutte le regole e i paletti che potete avere messo.

Allora meglio il contrario: meglio che si salti una regola, ma che si tenga il rapporto con lui e da lì si riparte.

Quante volte?  Tutte le volte che occorre.

 

DOMANDA: Lei ha posto l’accento sull’importanza del ruolo dei due genitori insieme rispetto al ragazzo. E’ importante anche il rapporto singolo padre-figlio, figlio-madre rispetto a quello combinato fra i due genitori?

 

MARAZZA: E’ sicuramente importante quello tra i due genitori, perché il figlio nasce ogni giorno dal rapporto tra padre e madre. Il rapporto tra padre e madre non è quell’accidente accaduto il giorno del concepimento, dopodiché il figlio c’è e io e te andiamo per due strade diverse.

Il figlio tutti i giorni nasce, prende, capisce di sé, dal rapporto tra questi due ed è molto importante che sia così, perché uno da solo non educa.

Uno educa se è aiutato da qualcun altro a guardare sé e a guardare il figlio. E’ come se insieme guardassimo un oggetto, come questo che ho in mano adesso: io lo guardo di qui e vedo una certa scritta, voi lo guardate di là e probabilmente vedete delle cose diverse da quello che guardo io.

La verità di questo oggetto non è solo ciò che vedo io, ma è ciò che vedo io ed è ciò che vedete voi. E più lo sguardo è completo e più, forse, scopriamo la verità dell’oggetto.

Allora è proprio importante non l’accordo, non l’idea che papà e mamma debbano essere d’accordo su tutto, perché papà e mamma sono, per fortuna, differenti l’uno dall’altro, hanno due modalità, due giudizi, due teste, due sensibilità differenti. Debbono essere, però, complementari nel guardare il figlio, devono aiutarsi nel guardare il figlio; anzi, proprio perché siamo diversi, l’aiuto dell’altro cambia il mio modo di guardare il figlio.

Una coppia al lavoro disposta a lavorare. Sono certa, se siete sposati da più di tre mesi, che avete già capito che il matrimonio è lavoro. A volte mi chiedono: “Come si fa oggi con tante famiglie che si separano,  con tanti genitori che si trovano, magari, da soli davanti al figlio?”.

Da soli non si educa. Se accade ad un genitore di essere l’unico genitore di quel figlio, più che mai deve farsi aiutare da qualcuno, deve cercarsi un amico, un nonno, un insegnante, un’altra famiglia, qualcuno a cui chiedere: “Datemi una mano a guardare questo figlio, datemi una mano a cercare la verità della vita perché io la possa spiegare a mio figlio; ho bisogno di capire cosa gli posso insegnare come vero, se no io spiego solo il “secondo me”, ed è troppo poco”. Capirlo da soli è quasi impossibile.

Il fatto che il figlio ha bisogno di questo essere generato ogni giorno dai suoi genitori rimette i due, che forse ne farebbero anche a meno, al lavoro tra di loro.

Tutto questo al di là dei sentimenti che, come sappiamo, vanno come vogliono. Non ho l’idea un po’ romantica che educano bene i genitori che si amano tanto, che vanno d’accordo, che sono sempre all’unisono su tutto. Ho in mente due che, al di là del sentimento e dell’idillio, se non altro perché ci tengono al figlio, stanno ad un lavoro fra di loro. E anche su questo portatevi via la domanda: “C’è in atto un lavoro fra di noi da cui nostro figlio possa nascere ogni giorno?”.

 

DOMANDA: Come agire nei confronti di un figlio quattordicenne che non riesce ad assumersi la responsabilità rispetto, per esempio, allo studio? Cerco di dirgli: “Beh, dai, facciamolo un po’ insieme, ti faccio vedere come si fa”. Eppure non riesce.

 

MARAZZA: Di solito i ragazzi hanno ragione. Voglio dire che hanno delle ragioni per cui comportarsi in un certo modo o in un certo altro e bisogna cercare di capire le ragioni.

Ci sono dei ragazzi che crescono, diventano grandi (ed è faticoso crescere e diventare grandi soprattutto a quattordici anni), ma riescono a mantenere la fatica del crescere consumandoci una certa quantità di energie, per cui ne rimangono altre per lo studio, altre per lo sport, ecc. Ci sono altri ragazzi che nella fatica del crescere mettono il novantanove per cento delle loro energie. Soffrono il fatto del dire: “Devo capire chi sono, devo guardare come mi guardano i compagni, devo avere a che fare con il mio umore che continua a cambiare, devo avere a che fare con questo mio corpo e non so più come comportarmi, come mettermi, come reagire, cosa sono queste continue spinte pulsionali che mi prendono”.

Ci sono dei ragazzi che veramente si esauriscono nel loro diventare grandi: “Chi sono io, chi sei tu mamma? Quanto ci tengo a me?”. I ragazzi mi dicono: “Mi chiedono di studiare, ma chi ce l’ha la testa per studiare? Che cosa interessa a me dell’algebra se sono in pena per capire che cosa sono io?”. Se c’è in ballo il “chi sono io” cosa volete che gliene importi dell’algebra?

Allora, da una parte bisogna aiutarli a contenere questa sofferenza e questa enfasi. Lasciarli andare “fuori di testa”, lasciarli enfatizzare così è pericoloso perché rischiano di sentirsi ancora più incapaci, ancora più improduttivi. Rischiano di vedersi come inefficaci , cioè si danno tanta pena e non portano a casa niente; non solo, ma si sentono continuamente guardati come quelli inadeguati: “Non stai studiando, non vai bene, stai deludendo i tuoi genitori, ecc.”.

Quindi non si può lasciarli impazzare in questa enfasi esistenziale, ma non si può neanche negarla. Non si può dirgli: “Metti via tutto perché la scuola è importante”. No, sei più importante tu. Bisogna che qualcuno gli dica: “Hai ragione. Guarda che io sono con te, io desidero come te, quanto te che tu venga fuori per quello che sei tu, ma fidati, lasciami almeno darti qualche indicazione sul come fare”. E’ molto importante.

E qui, poi, ogni genitore, ogni educatore dentro al rapporto con il proprio figlio deve trovare la misura, la misura del “che cosa chiedergli e come”. E’ proprio una cosa che si deve giocare con ogni ragazzo, individualmente. Non è sufficiente farlo sentire “quello che sta sbagliando” perché se, oltre ad essere in crisi lo si fa sentire così e nessuno gli suggerisce una strategia per uscire da questo “pasticcio”, rimane solo. Allora ci vuole un adulto che gli dica: “Sei in un bel pasticcio, difficilissimo diventare grande e anche studiare; vuoi una mano e vedere come si può fare, come posso aiutare?”.

 

DOMANDA: Ho un bambino di sei anni che si vuole sentire dire sempre : “Sei bravo”.

Mi chiedo se è giusto sempre confermargli questo e se il fatto che lui me lo chieda spesso è segno di insicurezza.

 

MARAZZA: Può darsi che ci sia anche qualche segno di insicurezza, ma che cosa c’è di meglio che chiedere ad un altro grande, nelle mani del quale sono, conferme e rassicurazioni? Cosa c’è di meglio?  Perché l’identità, cioè chi sono io, è qualcosa che si riceve, che si chiede a un altro, e i nostri bambini lo fanno. “Mamma chi sono? Sono bravo? Sono capace? E’ giusto? E’ sbagliato?”. Chi sono io si chiede a un altro quando si è piccoli e quando si è adulti.

Chi sono io lo sa il Buon Dio e forse è il caso che glielo chieda tutti i giorni con la stessa insistenza, come suo figlio.

Quindi, mi viene da dire: “Speriamo che non la perda questa buona abitudine”.

 

DOMANDA: Lei ha parlato dell’importanza della scuola e del rapporto con i genitori, specialmente quando ce n’è uno solo. Come si gioca questo rapporto, che cosa possono domandare i genitori alla scuola? Cosa la scuola può chiedere ai genitori e come questa sinergia può funzionare? Perché, a volte, questa sinergia non scatta?

 

MARAZZA: Non scatta per una diffidenza. Qui siamo in un ambito un po’ speciale, nel senso che questa è una scuola che i genitori scelgono. Dovrebbe esserci una stima, dovrebbe esserci un riconoscere che alla scuola si chiede non solo che istruisca il nostro bambino, ma che ci dia una mano ad educarlo.

Ma, nonostante questa scelta, non è così perché siamo sulle difensive. I genitori hanno paura, temono il giudizio della scuola su di loro perché dicono: “Se criticano mio figlio è come se criticassero me”.  E, invece, bisogna partire da una stima, la stima dei genitori verso la scuola che, poiché vede il nostro figlio da un altro punto di vista, magari si accorge di qualcosa che io non riesco a vedere. E non posso andare a scuola affermando ciò che io vedo del figlio e basta, perché, magari, mi perdo un’informazione che invece è importante.

Gli insegnanti devono imparare a stimare anche il genitore che sbaglia, a mettersi un po’ anche dalla parte del genitore, che va aiutato a trovare strategie nuove con quel figlio. Penso alle solita vicenda che mi viene raccontata così spesso: il ragazzino un po’ vivace o che non va tanto bene e la scuola continua a mandare a casa note perché non fa questo, non fa quello, si è comportato male, ha dimenticato il materiale, ecc.  E la mamma che mi dice: “E io cosa posso fare?”.  La scuola che sospende e la mamma che mi dice: “Ma io non lo posso sospendere!”.

Allora bisogna che i genitori guardino con stima il consiglio degli insegnanti. ma che gli insegnanti guardino con altrettanta benevolenza la fatica dei genitori e si abbia l’umiltà e la semplicità di dirsi: “Insieme guardiamo questo bambino e cerchiamo di aiutarci a trovare ciò che è bene per lui”.  Ed è solo con questa libertà che si può accettare l’uno l’apporto dell’altro o, se volete,  l’uno la critica dell’altro. Se la critica poggia su una benevolenza e su un desiderio comune di bene del ragazzo, allora si può lavorare assieme.

 

DOMANDA: Riguardo alle punizioni che si danno ai figli. Queste punizioni ci devono essere? Cosa posso togliere al figlio?

 

MARAZZA: Cosa devo togliere?  Questa è una delle domande alle quali dovrei rispondere: “Non ne ho la minima idea”, stando a quello che ho detto prima.

Ma proviamo a utilizzare le cose che abbiamo detto per aiutarci a capire se la punizione deve essere un togliere o, forse, potrebbe anche essere un dare?

Mi succede tantissime volte di incontrare i genitori che mi dicono: “Gli ho tolto tutto: calcio, playstation, televisione, merenda, cena…..non so più cosa togliergli. Come faccio a punirlo?”.

Ovvio che il metodo è sbagliato.

L’ osservazione che a me viene da fare è: se desidero aiutare che venga fuori il grande uomo non tolgo ciò che ritengo sia buono per lui. Se andare a calcio gli fa tanto bene perché scarica un po’ di energie, fa un po’ di sport, impara a stare con i suoi compagni, impara a stare alle regole, non glielo tolgo. La televisione forse non gli fa così bene, non aiuta a costruire il grande uomo: “ Senza televisione per un anno e mezzo!”.  Poi, però, bisogna reggerlo.

Il castigo può anche diventare il dare l’occasione di fermarsi un attimo a pensare, meglio se in compagnia. L’idea di dire: “Hai sbagliato, adesso vai di là”, forse, ci lascia un po’ perplessi perché chi di noi ha capito di aver sbagliato da solo?

Accettiamo la sfida e ripartiamo ogni volta dal dire: “Io e papà insieme, cercando di capire ciò che per noi è buono, abbiamo scelto così. Non importa se altri genitori fanno diversamente, noi ti proponiamo questo. I nostri figli devono nel tempo diventare capaci di paragonarsi con tutto e avere una modalità, la vostra, di paragone.

Non si può educare avendo paura del confronto con gli altri.

Invece di preoccuparci di quello che dice il mondo, dobbiamo occuparci di creare attorno ai nostri figli degli ambiti che li aiutino a verificare ciò che noi  abbiamo loro insegnato.

Forse è il motivo per cui voi avete scelto questa scuola e non un’altra, forse è il motivo per cui li invitiamo a frequentare l’oratorio piuttosto che gli scout, piuttosto che la squadra di calcio, perché riteniamo che dentro lì ci possa essere qualcosa che rinforza la sua persona così che, incontrando tutte le altre idee che incontrerà, avrà una forma.

DOMANDA: Al figlio che inizia ad avere sedici anni non puoi più imporre quello che vuoi, è vero o no?

MARAZZA: Sicuramente sì. Allora gli si dice : “Benissimo, verificala con tutta la serietà che io ho messo nel verificare la mia. Vai fino in fondo”. Aiutiamoli ad essere seri nel verificare ciò che dicono di desiderare perché, se no, è un permettere loro di criticare tutto e non verificare niente. E’ un permettere loro di non coinvolgersi fino in fondo non solo con la mia proposta, ma con nessuna proposta.

Non dimenticatevi, invece, delle domande che vi ho fatto io e cioè:

 il lavoro fra voi due

 i tre punti sui quali chiedere per ottenere

la domanda: “Mio figlio guardando noi che cosa vede?”